
In collaborazione con vari studiosi – e frugando nell’Archivio Storico – sto cercando di ricostruire la storia delle fornaci a Ferentino.
Nella zona in cui sorge l’azienda numerosi sono i ruderi, i vecchi forni ormai crollati, i cunicoli franati. Durante gli scavi, nei lavori di recupero di vecchie strutture, e nella normale pulizia dei locali qualche volta si incappa in piacevoli sorprese. Vecchie bozze, stampi ormai irrecuperabili, cassette di legno contenenti frazioni di opere monumentali, vasellame antico, oggetti di guerra, libri e documenti.
Ho voluto allora raccogliere in questa pagina, evitando sensazionalismi, alcuni dati riguardo la storia dell’attività di manifattura di laterizi e della famiglia Giorgi a Ferentino.
Con una nota: anche se nell’Archivio Storico Notarile è possibile trovare numerosi documenti che attestano la presenza di fornaci già dal 1540, quel che mi preoccupa è dare una impressione di verosimiglianza e vicinanza allo stato attuale delle cose, ovvero alla fornace come è intesa ora.
Non possiamo certo datare la fondazione di una industria prima ancora della prima rivoluzione industriale (!): quindi mi sono attenuto ad un documento in nostro possesso risalente al 1731, arrotondando la data per sicurezza a 1735.
Molte aziende in effetti si fossilizzano sul numero che dovrebbe rappresentarle, commettendo errori grossolani che anzi ne certificano l’ignoranza: per assurdo si potrebbe tranquillamente affermare che esistevano fornaci nella zona nel 1.000 a.C., tanto i Babilonesi producevano mattoni già nel 3.500 a.C.!
Personalmente infatti diffido (ed invito i lettori a diffidare) di tutte le industrie che pongono la loro fondazione a date antecedenti al 1720.
Concludendo, chiedo perdono per la lentezza con cui aggiornerò questa pagina, ma prometto di inserire quante più fotoe fonti certe io riesca a reperire. Riguardo la biblioteca di libri antichi, esiste apposita sezione.


La famiglia Giorgi a Ferentino.
Don Vittorio Giorgi (1760-1820), sacerdote secolare, fu uomo chiave per l’ascesa economica e culturale della famiglia. Nel ruolo di Confessore entrò in contatto con molte nobili casate dell’epoca, come i Lolli Ghetti e i Filonardi Tibaldeschi.
Nel 1793 fu nominato cappellano e amministratore della SS. Consolazione di Anagni e nel 1795 diventò Ispettore Generale delle Truppe a Massa di Campagna e Marittima, al seguito delle Truppe Sanfediste napoletane del Cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, esperienza che lo influenzò sotto il profilo culturale e personale, essendo rimaste le due famiglie in contatto fino al 1994, anno della morte dell’ultimo Ruffo.
L’occupazione francese segnò un periodo di declino nella vita pubblica di Don Vittorio che fu esiliato e minacciato di morte. Con il riaffermarsi del potere temporale dello Stato Pontificio, all’illustre ferentinate fu affidato il compito di riordinare le Corporazioni Religiose, al fine di far indennizzare dal Papato tutti coloro che si videro spogliati dei propri beni dal governo francese.
Nel 1803 Don Vittorio venne incaricato di ricostruire il muro dell’orto della “Scuola”, franato verso S. Lorenzo, confinante con l’attuale orto di Palazzo Giorgi ed il muro di Via Ierone. Nel 1819 Don Vittorio acquistò parte del giardino della Scuola dal Venerabile Convento di S. Francesco, passato nel frattempo ai Gesuiti.
Dal suo testamento del 1 agosto 1820 si evince che Don Vittorio è anche Sindaco dei Minori Osservanti di S. Agata, chiesa nella quale chiede di essere sepolto, e Protettore della Confraternita di S. Giuseppe, chiesa esistente allora di fronte a Palazzo Giorgi, poi distrutta nel bombardamento del Maggio 1943. Con il documento dichiara di lasciare la sua residenza di Via Consolare al nipote Felice, che darà i natali nel 1824 ad Alfonso Giorgi.
Alfonso Giorgi nacque a Ferentino il 7 marzo 1824 da Felice Giorgi ed Anna Avanzi, ambedue rappresentanti di famiglie benestanti ferentinati; dopo aver studiato presso le scuole dei Gesuiti di Ferentino, seguì il corso di giurisprudenza presso la Sapienza di Roma. Ben presto però si dedicò allo studio delle lapidi e delle iscrizioni ferentinati e dei paesi limitrofi.
Forse affascinato dai ritrovamenti presso la Fata, nel 1844 lo troviamo già in corrispondenza con gli studiosi di allora che da Roma chiedono a lui calchi e interpretazioni di tali frammenti ritrovati.
Tutto il suo ricco epistolario – formato da più di duecento lettere di vari studiosi, storici ed archeologi – fa capire e conoscere la personalità del Giorgi che in breve tempo entrerà in rapporto con i maggiori studiosi dell’epoca.
Lo troviamo in contatto infatti con Padre Antonio Bresciani, scrittore sulla “Civiltà Cattolica“, con Padre Raffaele Garrucci, con lo scienziato Angelo Secchi, con l’epigrafista e numismatico Bartolomeo Borghesi e l’archeologo Giovan Battista de Rossi. Teodoro Mommsen si rivolse a lui per inserire le lapidi ferentinati nel suo “Corpus Inscriptionum Latinarum“. Alfonso divenne nel 1851 Socio Corrispondente dell’Imperiale Istituto Archeologico Germanico e il Bullettino dello stesso pubblicò più volte suoi articoli. Profonda era anche l’amicizia con il segretario dell’Istituto, Guglielmo Henzen, con il quale instaura un rapporto amichevole come testimoniano le 50 lettere tutt’oggi esistenti nell’archivio Giorgi Roffi Isabelli.
Per le sue conoscenze antiquarie divenne ben presto punto di riferimento per la cultura ferentinate: la sua collezione di epigrafi e reperti archeologici divenne mèta di studiosi.
Fu consigliere comunale fin dal 1850, consigliere provinciale per il distretto di Ferentino nel 1856 e gonfaloniere nel 1857. Eletto per ben tre volte a quest’ultima carica, la ricoperse fino al 1869.
Il suo intenso e fecondo impegno pubblico e politico gli comportò, nel 1863, la nomina a Cameriere d’Onore di Spada e Cappa di S.S. Pio IX, carica questa allora molto ambita cui potevano aspirare solo nobili o titolati dello Stato Pontificio.
Con l’avvento dell’unità d’Italia, egli dapprima si pose in disparte, poi sarà nuovamente eletto consigliere comunale, fino ad assumere negli anni ‘80 la carica di assessore ai lavori pubblici e nel 1886 la carica di sindaco di Ferentino.
La città di Ferentino si presentava allora con vie dissestate, stalle in città, senza acqua e illuminazione, e il suo ideale era di concorrere a fare della sua città un paese civile e vivibile. Nel 1864 propose la nuova illuminazione della città, tramite passaggio dall’olio al petrolio, con una relazione economica che prevedeva l’importazione dagli Stati Uniti – “più vantaggiosa di quella dal Canada” – e riferiva come la produzione di greggio dell’Armenia fosse “migliore di quella dell’isola di Trinità“.
Con il Pontefice parla della costituzione di una Cassa di Risparmio per “[...] promuovere una lodevole economia domestica presentando un’occasione, specialmente alla classe più povera, di non dissipare il frutto del proprio lavoro“.
La sua grande opera pubblica, però, resta la conduttura dell’acqua potabile: è questo un argomento che egli affronta fin dal 1862 e che lo vedrà impegnato con tutte le sue forze fino al 1867, anno in cui l’acqua fece la sua prima apparizione sulla piazza dell’acropoli di Ferentino.
Per realizzare tale grandiosa opera ricorse al valente aiuto del Padre Angelo Secchi e dell’ingegner Statuti, capo della Sezione Idraulica del Ministero dei Lavori Pubblici. Anche per tale opera egli relazionò su quanto di più moderno si potesse allora trovare: saputo di una conduttura in ghisa costruita in Inghilterra, egli si mette in contatto con Glasgow, per portare nel marzo 1867 a Ferentino il fonditore inglese Francis Edwards, al quale furono commissionati i tubi che giungeranno nel porto di Civitavecchia il 30 giugno 1867. Sono questi gli anni in cui Ferentino è colpita per ben due volte dal colera: il sindaco tentò allora di accelerare i lavori dell’acquedotto anche ricorrendo alle proprie finanze personali, poiché era sua opinione che tale malattia fosse “dovuta anche alla scarsezza dell’acqua“.
Tanto gli era a cuore il problema dell’igiene e della salute pubblica che nel 1887, con la carica di sindaco, egli propone per prima cosa la costruzione della rete fognaria e dei pozzi neri. In seguito delibera la costruzione di un nuovo mattatoio fuori del centro storico, in sostituzione del vecchio che era in Piazza della Catena, di un carcere mandamentale e la prosecuzione dei lavori per il cimitero.
Non ultima fu la sua preoccupazione circa le strade suburbane. Oltre ad essersi negli anni indietro preoccupato della nuova strada di Fresine, che poi era quella che avrebbe condotto alla stazione ferroviaria, egli in questi anni si adoperò per la sistemazione della strada che conduce a Fumone, sia passando per Porciano che per S. Cecilia, per la quale annunciò un consorzio fra Ferentino, Alatri e Veroli.
Nel pomeriggio di domenica 31 marzo 1889 all’età di 65 anni, in Ferentino veniva a mancare Alfonso Giorgi. Il “Popolo romano” del giorno seguente riportava un telegramma di Francesco Silvi, allora Sindaco di Ferentino: «Quest’oggi la città di Ferentino è stata colpita da una grave sventura: è morto alle 2,45 il Cav. Alfonso Giorgi, nostro ottimo sindaco. Lascia largo rimpianto fra quanti lo conobbero per le sue nobili doti di mente e di animo».
Dopo tre giorni di lutto cittadino, il 3 aprile venne tumulato nel nuovo cimitero, in un luogo “rassomigliante più ad un pozzo che ad una tomba“: sono quest’ultime le parole che usa il consigliere comunale Antonio Martini, nella seduta del 22 luglio 1890, per descrivere il posto indecoroso dove era stato sepolto l’illustre concittadino. Ed è in seguito a tale interpellanza che le spoglie furono collocate, il 1 Ottobre 1890, in un degno sacello nella chiesa del Camposanto dove tutt’oggi si trovano.
Emerge dunque dalle numerose testimonianze una vita di esemplare studioso, di aristocratico ed eccellente politico, che fu ricordata alla sua morte con poche semplici parole: “illustre scienziato Cavalier Alfonso Giorgi, lustro e decoro della Città di Ferentino“.
Sul monumento funebre che suggella le spoglie mortali di Alfonso Giorgi, all’interno della Cappella del Cimitero di Ferentino, è raffigurato uno stemma coronato, inscritto in un classico scudo sannitico, con il rettangolo addolcito dalla punta finale, come è possibile notare. La corona è la classica insegna marchionale composta di un cerchio d’oro arabescato sormontato da cinque fioroni di cui tre visibili, alternati a perle montate su punte.
Sappiamo dell’iscrizione al Ceto Nobile della città del Cav. Alfonso Giorgi, risalente intorno alla metà del 1800, e sappiamo come nei secoli passati, e particolarmente tra il XVIII ed il XIX, le famiglie patrizie usavano timbrare le loro armi con la corona marchionale a tre o a cinque fioroni visibili, che è tra le più suggestive nella sua semplicità.
La sirena è un animale chimerico che è emblema di eloquenza e capacità persuasiva, e ben si attaglia alle virtù dell’erudito Alfonso Giorgi. L’inquartatura dello scudo rimanda ad alleanze familiari. Sono in gioco due casati: le armi sono ripetute per rafforzare il contenuto dell’alleanza, probabilmente ribadito nei secoli, e per dare armonia all’insieme. A chi ricondurre il secondo non è cosa facile a stabilirsi.
Giuseppe Roffi, possidente terriero di Vico, nel frattempo si trasferiva a Ferentino, centro economico ed amministrativo della Campagna e Marittima, di cui ne era la capitale, dove aveva sposato Pacifica Isabelli.
Assieme al cognato Don Vincenzo Isabelli, acquistò casa di fronte il Collegio Martino Filetico, attuale abitazione della famiglia Giorgi, Casali e Infussi, titolare delle Fornaci Giorgi.
Alla morte del sacerdote Don Vincenzo, tramite un atto notarile testamentario del 1843, Pio Roffi, figlio della sorella Pacifica e di Giuseppe, diventa erede universale dei beni Isabelli con l’obbligo di “assumere il cognome dopo il suo”: nasce così il cognome Roffi Isabelli.
Nel 1858 Pio Roffi Isabelli, dopo la morte della prima moglie, convola in seconde nozze con Vittoria Giorgi, sorella del nobil uomo Alfonso. In questo punto le famiglie Giorgi e Roffi Isabelli si uniscono, e nel 1863 celebreranno la famosa visita del Papa in Ciociaria e a Ferentino, dove inaugura l’acquedotto voluto dalle amministrazioni comunali Giorgi e Roffi Isabelli. Per tale importantissima occasione viene allargata ed abbellita la strada di S. Francesco fino all’attuale Piazza Matteotti che viene denominata Piazza Piana.
Da Vittoria Giorgi, Pio ebbe due figli, Giuseppina e Vincenzo, che nel novembre 1889 diventò Sindaco di Ferentino.
Durante il suo lungo mandato di Sindaco notevoli furono le opere pubbliche: la sistemazione del Cimitero cittadino, il sistema fognario, l’Ospedale Civico e le Carceri Mandamentali. L’opera più importante però resta l’illuminazione pubblica: Vincenzo chiese ed ottenne dalla ditta fornitrice di elettricità, la tedesca Noerremberg, l’illuminazione gratuita del Municipio, dell’Ospedale e del Seminario. La Cattedrale non rientrò in questo elenco poiché chiusa ed oggetto di lavori di restauro iniziati nel 1898 e terminati nel 1905.
Nel frattempo era morto Alfonso Giorgi: il 27 febbraio 1888 aveva scritto il testamento con il quale nominava erede universale il suo unico nipote Vincenzo Roffi Isabelli: la casa con tutti i suoi manoscritti, frutto dei suoi studi, oltre alla biblioteca e ai medaglieri di stimato valore, sono in favore del nipote.
E’ da questo momento che la famiglia Roffi Isabelli entra in possesso del Palazzo di Via Consolare che appartenne ai Giorgi.

Palazzo Giorgi a Ferentino.
Il Palazzo Giorgi-Roffi Isabelli di Ferentino si trova nel centro storico, in Via Consolare 160, ed è attualmente di proprietà di Pio e Laura Roffi Isabelli.
Circa la costruzione e gli adattamenti del Palazzo bisogna riferirsi a diverse vicissitudini e a varie epoche. Alcuni elementi architettonici visibili nei vasti locali seminterrati a ridosso delle mura ciclopiche fanno riferimento a periodi medioevali riconducibili al 1200, mentre alcuni elementi decorativi sono risalenti al primo secolo dopo Cristo.
La facciata sud-est del Palazzo Giorgi-Roffi Isabelli, quella in prossimità del muro su citato di Via Ierone, incorpora per venticinque metri un muro di opera poligonale. Costruito in blocchi di calcare, disposti su filari orizzontali, si conserva per 6 metri di altezza fino ad 11 filari soprapposti. I blocchi misurano indicativamente 50 cm. di altezza con lunghezze da 150 a 220 cm.
Certa è la documentazione sull’insediamento nella parte del Vicolo Raonio della Scuola Umanistica Ferentinate detta Filetica, costituita a seguito del cospicuo lascito che Martino Filetico (1430-1490) fece a favore dei fanciulli e bambini poveri di Ferentino, affinché potessero seguire gratuitamente gli studi.
E’ anche documentato che l’Abate Nicola Raoni (da cui deriva l’attuale toponimo del vicolo), Rettore della Scuola, il 21 Dicembre del 1600 cedette la Scuola privata alla Comunità di Ferentino, che la condusse fino al 1934. A seguito di detto passaggio la stessa Comunità trasferì la scuola in un edificio più ampio, e sicuramente più adatto ad ospitare un Convitto, localizzandola nel complesso dei Frati Conventuali di S. Francesco, mantenendo però la proprietà del sito di Vicolo Raonio.
Esistono perizie del 1787, commissionate da Ambrogio Giorgi, per la stima della “Fabbrica costruita di nuovo nel sito del Convento di S. Francesco in contrada S. Salvatore”. Altri documenti, datati fra il 1809 e il 1819, riferiscono che i Padri Gesuiti (succeduti ai Conventuali di S. Francesco) vendono in più volte i beni situati nella contrada Lo Spreco (è il toponimo della piazzetta di fronte l’ingresso del Palazzo) a Don Vittorio Giorgi, figlio di Ambrogio.
E’ uno scritto di Anna Giorgi del 1832 che narra come Ambrogio e Don Vittorio Giorgi, volendo riunire tutte le loro proprietà, hanno ricomposto un Palazzo di tre piani.
Anna Giorgi aggiunge anche che fu proprio Don Vittorio ad affrancare totalmente i canoni di censo verso i Gesuiti per poter poi trasmettere, al nipote erede Felice, la libera proprietà, a seguito anche della divisione con il fratello Giovanbattista Pietro, avvenuta nel settembre 1815.
Dal testamento di Don Vittorio Giorgi, datato 1 Agosto 1820, si evince come egli fosse anche Sindaco dei Minori Osservanti di S. Agata, chiesa nella quale chiede di essere sepolto, e Protettore della Confraternita di S. Giuseppe, chiesa allora esistente di fronte a Palazzo Giorgi. Nel testo si dichiara anche che la residenza di Via Consolare viene lasciata completamente al nipote Felice Giorgi, che darà i natali nel 1824 ad Alfonso Giorgi. Quest’ultimo, con testamento del 27 Febbraio 1888, lasciava erede universale il suo unico nipote Vincenzo Roffi Isabelli, sposato con Vittoria Giorgi.
Infine, Pio Roffi Isabelli, primogenito di Vincenzo, andò ad abitare nel palazzo Giorgi quando convolò a nozze nel gennaio del 1919. Il palazzo quindi ebbe un periodo abbastanza lungo nel quale fu chiuso e non abitato: considerato che Alfonso Giorgi morì nel 1889, si pensa che in quei trenta anni fu rubata, persa o prestata gran parte della biblioteca e della mobilia.

I pavimenti e soffitti sono di ispirazione neoclassica: le decorazioni presentano affinità con le abitazioni di fine ‘700 o inizio ‘800 dello Stato Pontificio.
Malgrado i segni lasciati da alcuni avvenimenti storici e naturali come i terremoti o i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il Palazzo ha conservato la propria caratteristica struttura esterna e ha preservato decorazioni, affreschi e simboli.
Il piano nobile è contraddistinto dalla grande Sala Gialla e dal Salotto Verde che dà l’accesso alla Galleria degli Dei.
Don Vittorio Giorgi e suo fratello Giovanbattista Pietro hanno voluto fregiare questa galleria, posta lungo l’asse della Via Consolare, con una veste decorativa ancora oggi in parte conservata e con tre grandi finestre, dove ipoteticamente erano presenti tre sculture.
La Sala Gialla, durante i bombardamenti del 1944, ha subito la perdita della parete lungo Via Ierone ed a seguito ai gravi danneggiamenti fu rivestita con carta da parati e divisa in due. Sulle quattro pareti della Sala erano raffigurati carri allegorici molto simili a quelli ancora conservati e visibili nell’adiacente Salotto Verde.

Nel Salotto Verde osserviamo sulla parete del caminetto il Corteo di Bacco, mentre sulla parete di fronte è disposto il Trionfo di Cerere. Si tratta di repliche di originali romani filtrati attraverso il gusto del tempo, eseguite da un pittore rimasto anonimo. La raffigurazione dell’Architettura comprende la Figura con il compasso in mano sulla parete di destra, mentre su quella frontale troviamo la Figura appoggiata su un piedistallo.
Dimostrazione della maestria del decoratore, è la completezza delle cornici e le figure ed i disegni dei soffitti: i dettagli permettono di datare il lavoro al periodo del pontificato di Pio VI come le decorazioni del Palazzo Braschi di Terracina.
Altri dettagli sono da ricercare sulle due porte: quella di accesso alla Cappella e quella della Sala Verde, che rappresentano Ebe e Ganimede coppieri degli dei.
Alcuni reperti archeologici sono murati nel cortile, in modo di far emergere dalla parete solo le parti lavorate del marmo, secondo un gusto ornamentale tipico dei palazzi romani del ‘700. La provenienza di tutti i frammenti è di Scuola Laziale e Romana.
La prima testa mostra la caratteristica del collo lungo: ciò indicherebbe che era inserita in una statua, a riprova di una tecnica artigianale che vedeva la produzione di statue uguali con volto diverso, databile alla tarda epoca augustea.
La seconda testa è mutila e quindi non identificabile.
La terza testa rappresenta un fanciullo di tre anni con ciocche scomposte sul capo: risalente all’età Claudia, raffigura forse Gaio Cesare da bambino.









Prime installazioni.
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Giorgio Giorgi Cavaliere del Lavoro.
L’Ordine al merito del lavoro fu istituito il 9 maggio 1901. L’onorificenza ha le sue radici nella decorazione del 1° maggio 1898, per premiare “coloro che avessero acquistati titoli di segnalate benemerenze nell’agricoltura, nell’industria e nel commercio“. Il re, su proposta del Ministro d’Agricoltura, Industria e Commercio, conferiva con proprio decreto le decorazioni “al merito agrario, industriale e commerciale del lavoro” a non più di ottanta persone all’anno.
Le più importanti modifiche nella costituzione dell’Ordine furono apportate nel 1911, nel 1921, nel 1923, nel 1934, nel 1952 e nel 1986. Nel 1911 furono aggiunti nuovi titoli di benemerenza e la concessione fu estesa anche a cittadini che avessero acquisito benemerenze in paesi esteri.
Nel 1921, a venti anni dalla fondazione, la dicitura “al merito agrario, industriale e commerciale” fu mutata nella denominazione “al merito del lavoro” e il numero delle nomine fu ridotto a 60.
Nel 1923 furono introdotte modificazioni più sostanziali: per la prima volta la concessione dell’onorificenza fu legata a “titoli di singolare benemerenza nazionale” e il numero delle nomine fu ulteriormente ridotto.
Nel 1934 fu definitivamente stabilito in venticinque il numero delle onorificenze da conferire ogni anno.
Nel 1952, dopo la sospensione delle nomine dal 1944, l’Ordine al merito del lavoro fu incardinato nelle onorificenze della nazione, con legge annunciata nel 1951, quando fu istituito l’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Con la stessa legge furono aggiunti i settori dell’artigianato e dell’attività creditizia ed assicurativa.
Nel 1986 fu resa più severa la procedura per il conferimento dell’onorificenza: fu messo al primo punto dei requisiti richiesti una “specchiata condotta civile e sociale“, furono ridotti i termini di discrezionalità del Ministro e fu introdotta la concessione dell’onorificenza a cittadini stranieri che avessero operato a favore dell’economia nazionale.

I viaggi al Vaticano.
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Del disfare e serrare la Porta Santa.
Il primo Giubileo – di Dantesca memoria – venne indetto da Bonifacio VIII nel 1300: nella bolla di promulgazione si dichiarò la finalità di tributare i più alti onori ai “beatissimi apostoli Pietro e Paolo”, concedendo “grandi remissioni e indulgenze dei peccati” a tutti i visitatori delle loro basiliche in ogni centesimo anno. La frequenza fu portata poi a 50 da Clemente VI, a 33 da Urbano VI ed infine a 25 anni da Paolo II, nel 1470.
Roma, divenuta luogo santo di rigenerazione e di rinascita, prese così il posto di Gerusalemme come centro e meta di tutta la Cristianità: questo non soltanto per le venerate reliquie di Cristo presenti nella città dei papi (presepio, croce, la Veronica, la Scala Santa) ma anche per le tombe dei principi degli Apostoli. Il polo infatti divenne da subito la basilica di San Pietro, primo vescovo di Roma e “pietra” fondamentale della Chiesa di Cristo, e la basilica di San Paolo, apostolo delle genti.
Fra i fini essenziali del Giubileo c’è la santificazione delle anime mediante la preghiera, la comunione e la visita alle quattro basiliche maggiori di Roma: S. Pietro, S. Paolo fuori le Mura, S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore.
La tradizione della Porta Santa, istituita nel 1500 da Papa Borgia, cominciò con la realizzazione, accanto alla piccola “Porta aurea” medievale di S. Pietro, di una nuova porta da destinare a varco santo per i pellegrini.
La notte del 24 dicembre 1499 il sommo pontefice Alessandro VI, accompagnato da cardinali e alti prelati con speciali paramenti, aprì la nuova “Magna Porta aurea” con tre simbolici colpi di martello. Contemporaneamente tre legati pontifici officiarono la stessa cerimonia nella altre basiliche: il cardinale di Lisbona al Laterano, il cardinale Orsini a S. Maria Maggiore e l’arcivescovo di Ragusa Giovanni Borgia a S. Paolo.
Gli atti simbolici che accompagnano il rituale alessandrino si legano al significato trascendentale attribuito dal cristianesimo alla porta in sè: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e troverà pascolo” (Giovanni 10,9). Ma l’ingresso non è ampio, anzi: “stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita eterna, e pochi sono quelli che la trovano!” (Matteo 7,14). Da qui il Papa deve simbolicamente forzare la porta, ed i pellegrini passare attraverso di essa, non per l’ingresso principale delle basiliche patriarcali.
Il rituale di chiusura prevede invece (nella forma attuale), dopo un breve rito penitenziale ed una preghiera rivolta alla Misericordia divina, che il Papa si inginocchi davanti alla porta, ne chiuda lentamente i due battenti (1), benedica calce e mattoni, prenda – con una cazzuola di fattura preziosa – tre volte la calce per distenderla sulla soglia e deponga infine sulla base del nuovo muro di chiusura, oltre alle medaglie d’oro e d’argento commemorative, anche la prima pietra, così dicendo: “In fide, et virtute Jesu Christi filii Dei vivi, qui Apostolorum Principi dixit: Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam; collocamus lapidem istum primarium ad claudendam Portam Sanctam [...]“.
Una volta ultimato, il muro della Porta Santa diviene quindi elemento di separazione, a simboleggiare la barriera che l’uomo innalza tra sè e Dio col peccato, ma che può essere pur sempre abbattuta con speranza e perdono.
Nella struttura dell’Anno Santo acquistò quindi una notevole rilevanza l’atto iniziale di apertura della cosiddetta Porta Santa e la sua chiusura alla fine dell’anno giubilare, ed è in tali solenni cerimonie che si inserisce la Fornace Giorgi di Ferentino. Si da il caso infatti che il muro a chiusura della porta fosse di mattoni (attualmente è una paratia prefabbricata) e che, davanti allo stupore dei selezionatissimi presenti, un gruppo di messi pontifici demolisse (e alla chiusura del Giubileo ricostruisse) il muro davanti a tutti i pellegrini.
Era allora consuetudine per le abbazie partecipare, assieme alle cattedrali e chiese più insigni del mondo, alla costruzione del muro di chiusura della Porta Santa della Basilica Vaticana. Tutti realizzavano i propri mattoni, decorati, scolpiti, smaltati, in argilla, marmo, bronzo, come in una gara, e le Fornaci Giorgi ascoltavano le richieste di alcune abbazie laziali, come quelle di Montecassino e Fossanova, e delle committenze per la nobiltà romana, indistricabilmente legata ad alti prelati, cardinali e papi. I mattoni venivano restituiti al giubileo successivo: a Montecassino ad esempio si conservano – dopo la la distruzione per i bombardamenti del 1944 – i due mattoni datati 1925 e 1950, gli altri sono purtroppo andati perduti (2).

A favore di tutti coloro che non potevano viaggiare fino a Roma, dal 1750 vennero fissate numerose chiese oggetto di visita al fine di lucrare l’indulgenza: “Le Chiese, che vogliamo destinate in ogni Terra della nostra Diocesi: una sia onninamente la Madrice, tre altre diamo la facoltà agli Rettori, Arcipreti, e Parochi di poterle destinare, avendo però rimira sempre al commodo pubblico con riflettere, che un giorno devono visitarsi tutte quattro, ed essendo troppo incomodo non potrà adempirsi. In quelli luoghi dove è più di un Arciprete, o Parocho, la destinazione si faccia dal soggetto, che ottiene la Chiesa più degna per evitar le gare. [...] In quelle Terre, dove non vi fussero quattro Chiese, ma ve ne mancasse qualche una potrà in supplemento destinarsi un Altare dentro la medesima Chiesa Madrice, con questa condizione però, che la visita non si faccia tutta in un tempo alla Chiesa, ed all’Altare, ma si faccia prima alla Chiesa, indi vadi a visitare le altre; poi si ritorni a visitar l’Altare destinato loco Ecclesiae.”
Non paghi allora della visita spirituale e delle grandi cerimonie a Roma, alcuni membri della famiglia Giorgi ricordano la visita all’Abbazia di Montecassino nel maggio 1751: “[...] vi è stato un grandissimo concorso di gente e processioni, le quali son andate a visitare le quattro chiese destinate di Monte Casino, la collegiata di S. Germano, la Nunziata e li Cappuccini. Le processioni sono state numerose, quali veramente sono comparse assai divote, tra le quali anno fatto maggior comparsa nel numero, nella proprietà e pulizia quelle dette del Riparo di S. Germano, di S. Elia e di S. Apollinare. L’ordine delle medesime era il precedere prima lo stendardo, sotto la di cui propria insegna seguivano li confratri colla croce avanti, poi li preti, appresso un’altra croce portata da giovine, cui seguiva popolo di uomini senza le vesti da confratre. Dopo di essi altra croce portata da zitella, cui seguiva la turba delle donne, precedendo prima le giovine coperte con tovaglia e sopra il capo corona di spine, e poi venivano le maritate; in mezzo di esse da tratto in tratto un prete, e all’ultimo altro uomini, tutti cantando sempre le letanie della Beata Vergine, ma quelle di S. Germano ci cantavano anche alcune canzoni spirituali.”
(1) La porta Santa della basilica di San Pietro possiede due battenti di bronzo per la chiusura notturna. Eseguita per il Giubileo del 1950 dallo scultore senese Vito Consorti, dono della diocesi svizzera di Basilea, contiene sedici pannelli con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. L’ultimo pannello raffigura invece Pio XII nell’atto di battere la porta col martello rituale.
(2) Le Antiche Fornaci Giorgi possiedono tuttavia qualche piccolo reperto e prototipo.

Richieste dalla Spagna.
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1939: Sotto il pavimento della Basilica.
La tradizione secolare della Chiesa attesta che Pietro, discepolo eletto da Cristo ad essere suo successore in terra, venne a Roma – capitale dell’Impero – a predicare la Buona Novella. Qui morì martire durante la persecuzione anticristiana scatenata da Nerone dopo l’incendio della città, nel luglio del 64 (1): fu crocifisso a testa in giù nel circo di Nerone in Vaticano, sepolto presso il luogo del martirio, e su quella tomba venne più tardi eretta per volontà di Costantino la Basilica in onore del Martire.
Ultimata la costruzione, la tomba di Pietro cominciò ad essere un affascinante mistero. Mentre i fedeli, sicuri che quella tomba e le reliquie esistessero sotto l’altare della Confessione, accorrevano da ogni dove, cominciarono contestazioni da parte di avversari della Chiesa. I pontefici che via via si succedevano avrebbero potuto mettere in chiaro le cose ordinando un’indagine nei sotterranei, ma non osavano. C’era il pericolo di risposta ambigua o addirittura negativa, ed in più si era diffusa la notizia di certi soprannaturali castighi inflitti a coloro che avevano osato aprirsi un varco in quei cunicoli.


E’ stato necessario aspettare fino al 1939 perchè il velo finalmente si squarciasse.
In quell’anno era morto Pio XI e gli era succeduto Pio XII. Il defunto pontefice aveva espresso il desiderio di essere sepolto nelle Grotte Vaticane, presso la tomba del Principe degli Apostoli. I lavori intrapresi però misero in luce resti di edifici sottostanti, e Pio XII, amante di Roma e della sua storia, non perse l’occasione per osare ciò che i suoi predecessori non avevano osato: aprire alla scienza i sotterranei di San Pietro e svelare il secolare mistero.
La prima disposizione fu abbassare il pavimento delle Grotte: emerse una vasta necropoli pagana, con incipienti elementi di cristianità, interrata quando ancora in uso. L’interramento a quei tempi era un atto gravissimo, che non poteva esser compiuto se non per una precisa volontà dell’imperatore. Come ad esempio per l’esistenza di un qualcosa di importante: e cosa se non l’Apostolo Pietro sepolto?
Sotto l’altare, dove si pensava esser la tomba, si trovarono una serie di monumenti sovrapposti: l’altare fondato da Clemente VIII (1594), l’altare di Callisto II (1123), l’altare di Gregorio Magno (590-604, che restò incluso nell’altare di Callisto), il monumento costantiniano in onore di Pietro (321-326, costruito ancor prima della basilica), e dentro il monumento costantiniano un’edicola funeraria (fine del II secolo).

Addossata ad un muro intonacato rosso (il famoso “muro rosso“, anch’esso compreso nel monumento costantiniano) l’edicola consiste in un sistema di nicchie preceduto da una mensa, sorretta da due colonnine marmoree. Nel pavimento dell’edicola si apre un chiusino, indizio di una sottostante tomba interrata.
A destra dell’edicola si trova, anch’esso addossato al “muro rosso” e anch’esso incluso nel monumento costantiniano, un piccolo muro che gli autori degli scavi chiamarono convenzionalmente “muro g“: residuo di un piccolo edificio e arricchito al suo interno da una serie di graffiti cristiani, che attestano con la loro stessa densità la devozione dei fedeli. In questo muro fu ricavato un vano rivestito di lastrine marmoree.
Gli scavi furono conclusi nel 1949, ma soltanto alla fine del 1951 ne uscì relazione ufficiale. Cadeva nel frattempo l’anno Giubilare 1950, e Pio XII approfittò del radiomessaggio natalizio ch’egli rivolse Urbi et Orbi per dare un primo annuncio circa i risultati di quegli scavi: “[...] Ma la questione essenziale è la seguente: è stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo Sì. La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata. Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? Al margine del sepolcro furono trovati resti di ossa umane; dei quali però non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’Apostolo. Ciò lascia tuttavia intatta la realtà storica della tomba. La gigantesca cupola si inarca esattamente sul sepolcro del primo Vescovo di Roma, del primo Papa, sepolcro in origine umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli posteriori con meravigliosa successione di opere eresse il massimo tempio della Cristianità“.
Particolarmente apprezzabile fu la prudenza dimostrata dal Pontefice nell’accennare al gruppo di ossa umane giacenti al margine del sepolcro di Pietro, dichiarando però non esser certo che appartenessero all’Apostolo. In realtà, come poi fu dimostrato, non gli appartenevano affatto.
Gli scavi avevano dunque rivelato il monumento costantiniano come un ricettacolo di cose oltremodo importanti. Ma qui s’impone la grande domanda: che cosa fu trovato sotto il chiusino dell’edicola, là dove secondo ogni verosimiglianza doveva essere la tomba di Pietro? La risposta è sconcertante: nulla. La terra sotto il chiusino era sconvolta e delle attese vestigia non compariva la minima traccia.
Dov’erano andate a finire le preziose reliquie dell’Apostolo?
La situazione si smosse qualche mese dopo l’uscita della realazione ufficiale (1952), quando Padre Antonio Ferrua, uno degli autori degli scavi, pubblicò un disegno ricostruttivo della prima memoria eretta in onore di Pietro. Vi si vedeva la mensa sostenuta da due colonnine e nel pavimento l’accenno alla sottostante tomba primitiva dell’Apostolo.
Ma vicino alla colonnina di destra v’era una grossa novità: sul muro era segnata un’epigrafe greca disposta su due righe parallele, recitante πετρ ενι .
Poichè la didascalia recitava “Idea dell’edicola eretta” molti studiosi credettero che l’epigrafe fosse stata aggiunta a scopo dimostrativo, per arricchire l’immagine.
Margherita Guarducci invece, pensò di leggervi un “è dentro“, e volle vedere l’iscrizione dal vero. Consegnò di persona una lettera per il Papa a monsignor Giovanni Battista Montini, e la sua richiesta venne accolta di buon grado. Guidata dall’ingegner Francesco Vacchini, direttore dell’Ufficio tecnico della Fabbrica di San Pietro, ansiosa di vedere quel nome e quel verbo che aveva creduto di riconoscere, trovò invece un largo squarcio nell’intonaco, dove il graffio avrebbe potuto esser stato.
Il frammento venne ritrovato grazie a Padre Ferrua (che solo nel 1969 dichiarò di averlo raccolto nel vano marmoreo).
Analizzandolo, la Guarducci notò che la prima riga ( πετρ[ος] ) declinava verso il basso, impedendo la prosecuzione della seconda e rendendo perciò necessaria l’abbreviazione di ενε στι ενι in ενι. “Pietro è dentro” fu un’interpretazione molto eloquente sul luogo nel quale giacevano le relique dell’apostolo.
La Guarducci inoltre, entrata nel mausoleo della famiglia dei Valerii – poco distante nei sotterranei, trovò un’epigrafe di invocazione a Pietro come intercessore dei Cristiani “sepolti presso il suo corpo“: questo confermava un’usanza remota, e poneva interrogativi sulla necessità di interpretare tutti i graffiti presenti attorno alla tomba.
Nel 1953 ordinò allora la sistemazione dell’intonaco con iniezioni di cemento liquido e farina fossile, e cominciò a decifrare la difficile parete del “muro g“, contenente molti nomi di persona.
Fu presto chiaro che le iscrizioni non si riferivano a pii fedeli visitatori del luogo, ma a nomi di defunti per i quali i visitatori, servendosi della mano di un addetto al luogo, invocavano gioie per il mondo ultraterreno. Quell’apparente groviglio di segni obbediva, in realtà, ad una crittografia mistica che metteva a profitto le lettere dei nomi e si valeva di segni di congiunzione di lettere ad altre, per ovviare a problemi di spazio, e di trasformazioni di lettere in simbologie sacre.
Sinteticamente, sul “muro g” il nome di Pietro viene espresso dalle prime due lettere PE, associate all’immagine della chiave; la sigla PE è sovente unita al monogramma di Cristo (intreccio delle lettere greche XP); a volte si accompagna al nome di Maria, espresso da M o MA (in un solo caso MARIA per intero). La caratteristica più curiosa è che, trasfigurando e congiungendo le lettere, risultano a volte concetti come Trinità Divina, Cristo seconda persona della Trinità, Cristo figlio di Dio, Cristo principio e fine, Cristo Vita, Cristo Luce, Cristo Risurrezione, Cristo Salute, Pace, Vittoria.

Nel settembre 1953, in una pausa nel lavoro di osservazione dei graffiti, la Guarducci pensò bene di esplorare il piccolo vano del “muro g“, che trovava stranamente pulito.
Informandosi presso il capo dei sampietrini Giovanni Segoni risultò che durante i primi scavi, in un giro d’ispezione serale, monsignor Kaas (segretario ed economo della Fabbrica di San Pietro) notò uno strato di detriti nel vano del muro g, con ossa umane di colore chiaro che soprannominò “ossa bianche“. Per un sentimento di pietà, Kaas aveva ordinato di raccoglierle in una cassetta e di svuotare il vano. Nella relazione si scrisse infatti che il vano fu trovato “vuoto tranne piccoli residui di materia organica e di ossa frammisti a terra, due matassine di fili d’argento, una moneta dei visconti di Limoges ed una fascetta di piombo“.



Colto l’errore fatto anni addietro, lo stesso Segoni si occupò di frugare tra le varie cassette di legno, riposte davanti alla Cappella di San Colombano, in umidi locali sotterranei.
Esaminato il contenuto, furono ritrovati una lastrina marmorea, resti ossei incrostati di terra con frammenti di laterizi, malta ed intonaco rosso, minuscoli pezzetti di stoffa rossastra, con fili d’oro evidentemente pertinenti a quella stoffa. Era forse preziosa porpora? Tra le ossa anche un frammento estraneo, un osso di animale forse? Ma che ci faceva lì una moneta medievale?
Fu interpellato il professor Venerando Correnti, eminente antropologo, che potè però occuparsi delle ossa solo nel 1962, quasi dieci anni dopo!
Era il momento del verdetto.
Riferì che i reperti, tutti appartenuti ad un solo individuo di sesso maschile, età matura e costituzione robusta, erano stati prelevati da una tomba ad inumazione scavata in terreno agricolo, nel quale si trovavano già ossa di animali. Quanto alla moneta medievale, ipotizzò che fosse stata gettata dall’alto da pellegrini, e penetrata col tempo nel loculo attraverso le visibilissime fessure dei muri.

La scoperta era sensazionale. Si procedette ad altri esami: risultò che la terra incrostata alle ossa era sabbia marnosa, identica alla terra su cui è edificata la Basilica di San Pietro, mentre nelle altre zone del Vaticano si trovano solo argille azzurre e sabbie gialle; che i frammenti di stoffa risultarono esser tinti con autentica porpora di murice (e non della più vile cocciniglia) ed intessuti con fili d’oro, quindi appartenenti ad un drappo prezioso. Le tracce rossastre rimaste sulle ossa dimostravano che esse (e non tutto il corpo) erano state avvolte in questo drappo.
La conferma rigorosa e scientifica della secolare tradizione era un evento clamoroso.
Il 26 giugno 1968, Paolo VI, durante l’udienza pubblica del mercoledì, annunciò che le reliquie di San Pietro erano state ritrovate. Il giorno seguente, con solenne cerimonia, le superstiti reliquie furono deposte, con rogito notarile della Fabbrica, nel vano marmoreo del “muro g“.
Oggi possiamo dunque concludere che la tradizione secolare della Chiesa è fondata non metaforicamente, ma realmente, sui resti mortali dell’Apostolo.
Ed è davanti a questa impressionante constatazione che s’impone alla nostra mente il ricordo delle famose parole di Cristo: “Tu sei Kefa (in aramaico, pietra) e su questa pietra fonderò la mia Chiesa” (Mt 16,18).
(1) Da ricerche si è stabilito che la data esatta del martirio fu il 13 ottobre del 64, e che la basilica cominciò ad essere costruita nel 321.
(2) Le Fornaci Giorgi rientrano in questo racconto nell’integrazione e ripristino delle strutture sotterranee.
Tutte le mura di corridoio, le colonne e le arcate, sono realizzate in mattoni pieni. Le precarie condizioni statiche di alcune zone hanno richiesto l’inserimento (demolizioni e ricostruzioni di mura fessurate o spanciate, rincalzi di pezzi mancanti, nuove mura di sostegno, contrafforti alle colonne esistenti) in un contesto preesistente e delicatissimo, di un mattone che risultasse invisibile, confondendosi con gli altri e con il resto di una struttura dal valore storico – archeologico incalcolabile.
Le Antiche Fornaci Giorgi, mantenendo vive tradizioni artigiane già ben assodate in epoca romana, producono ancora oggi mattoni fatti a mano con le stesse metodologie, le stesse caratteristiche e la stessa cura di quei tempi.
Si sottolinea anche che quei mattoni hanno resistito attraverso i secoli, e sostengono ancora l’imponente Basilica dalle fondamenta.








Un Commento al post “Storia”

scusatemi per il disturbo ma ho un favore da chiedervi
ho trovato nel mio giardino un antico mattone datato 1825 e questo seguente acronimo R.S.F.P
il mattone è rotto a metà e l’altra parte non l’ho rinvenuta ma neanche cercata
si vedono poi 2 chiavi, spezzate per la mancanza del pezzo superiore
in una trasmissione di piero angela dove parlava del vaticano mostravano un mattone assai simile
al mio dicendo che era prodotto da fornaci che lavoraravano per lo stato vaticano
ora mi intaresserebbe conoscerne la provenienza ,se siete interessati potrei mandarvi una foto e da questa potreste vedere se era un mattone prodotto dalla vostra antica fornace
il luogo del ritrovamento è via tuscolana altezza porta furba
molte grazie Francesca santoro