
In collaborazione con la Biblioteca Comunale di Ferentino, e frugando nell’Archivio Storico, stiamo cercando di ricostruire la storia delle fornaci a Ferentino.
Sul terreno in cui sorgono le Fornaci Giorgi numerosi sono i ruderi, i vecchi forni ormai crollati, i cunicoli franati. Durante gli scavi, nei lavori di recupero di vecchie strutture, e nella normale pulizia dei locali (e di immondizia ce n’è davvero tanta!) qualche volta si incappa in piacevoli sorprese. Vecchie bozze, stampi ormai irrecuperabili, cassette di legno contenenti frazioni di opere monumentali, vasellame antico, oggetti di guerra, e documenti.
Ho voluto allora qui raccogliere, evitando sensazionalismi e curiosità di bassa lega, alcuni dati riguardo la storia dell’attività, aggiungendo nel sottofondo storico racconti di amici e parenti più anziani.
Araldica ed alberi genealogici non sono purtroppo nelle mie carte, e sinceramente sono più interessato alla realtà storiografica e ad aneddoti interessanti, che al dimostrare che la mia famiglia fosse nobile, ricca o potente.
Quel che con certezza posso dire è che l’Archivio Anagrafico della Diocesi di Ferentino andò perduto in un incendio nel XXXX, e quindi non ci è dato sapere con certezza delle numerose parentele e biforcazioni.
Anche se nell’Archivio Storico Notarile è possibile trovare numerosi documenti che attestano la presenza di fornaci già dal 1540, quel che mi preoccupa è dare una impressione di verosimiglianza e vicinanza allo stato attuale delle cose, ovvero alla fornace come è intesa ora.
Non possiamo certo datare la fondazione di una industria prima ancora della prima rivoluzione industriale (!), e quindi mi sono attenuto ad un documento in nostro possesso del 1731, arrotondando la data per sicurezza a 1735.
Al limite si potrebbe tranquillamente affermare che esistevano fornaci nella zona nel 1.000 a.C., tanto i Babilonesi producevano mattoni già nel 3.500 a.C.!
Personalmente infatti diffido (ed invito i lettori a diffidare) di tutte le industrie che pongono la loro fondazione a date antecedenti al 1720, anche perchè conoscendone i dirigenti sorgerebbe a chiunque un dubbio sulla loro capacità di parlare in italiano, prima che di raccontare verosimili menzogne.
Prime installazioni.
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I viaggi al Vaticano.
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Del disfare e serrare la Porta Santa.
Il primo Giubileo – di Dantesca memoria – venne indetto da Bonifacio VIII nel 1300: nella bolla di promulgazione si dichiarò la finalità di tributare i più alti onori ai “beatissimi apostoli Pietro e Paolo”, concedendo “grandi remissioni e indulgenze dei peccati” a tutti i visitatori delle loro basiliche in ogni centesimo anno. La frequenza fu portata poi a 50 da Clemente VI, a 33 da Urbano VI ed infine a 25 anni da Paolo II, nel 1470.
Roma, divenuta luogo santo di rigenerazione e di rinascita, prese così il posto di Gerusalemme come centro e meta di tutta la Cristianità: questo non soltanto per le venerate reliquie di Cristo presenti nella città dei papi (presepio, croce, la Veronica, la Scala Santa) ma anche per le tombe dei principi degli Apostoli. Il polo infatti divenne da subito la basilica di San Pietro, primo vescovo di Roma e “pietra” fondamentale della Chiesa di Cristo, e la basilica di San Paolo, apostolo delle genti.
Fra i fini essenziali del Giubileo c’è la santificazione delle anime mediante la preghiera, la comunione e la visita alle quattro basiliche maggiori di Roma: S. Pietro, S. Paolo fuori le Mura, S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore.
La tradizione della Porta Santa, istituita nel 1500 da Papa Borgia, cominciò con la realizzazione, accanto alla piccola “Porta aurea” medievale di S. Pietro, di una nuova porta da destinare a varco santo per i pellegrini.
La notte del 24 dicembre 1499 il sommo pontefice Alessandro VI, accompagnato da cardinali e alti prelati con speciali paramenti, aprì la nuova “Magna Porta aurea” con tre simbolici colpi di martello. Contemporaneamente tre legati pontifici officiarono la stessa cerimonia nella altre basiliche: il cardinale di Lisbona al Laterano, il cardinale Orsini a S. Maria Maggiore e l’arcivescovo di Ragusa Giovanni Borgia a S. Paolo.
Gli atti simbolici che accompagnano il rituale alessandrino si legano al significato trascendentale attribuito dal cristianesimo alla porta in sè: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e troverà pascolo” (Giovanni 10,9). Ma l’ingresso non è ampio, anzi: “stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita eterna, e pochi sono quelli che la trovano!” (Matteo 7,14). Da qui il Papa deve simbolicamente forzare la porta, ed i pellegrini passare attraverso di essa, non per l’ingresso principale delle basiliche patriarcali.
Il rituale di chiusura prevede invece (nella forma attuale), dopo un breve rito penitenziale ed una preghiera rivolta alla Misericordia divina, che il Papa si inginocchi davanti alla porta, ne chiuda lentamente i due battenti (1), benedica calce e mattoni, prenda – con una cazzuola di fattura preziosa – tre volte la calce per distenderla sulla soglia e deponga infine sulla base del nuovo muro di chiusura, oltre alle medaglie d’oro e d’argento commemorative, anche la prima pietra, così dicendo: “In fide, et virtute Jesu Christi filii Dei vivi, qui Apostolorum Principi dixit: Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam; collocamus lapidem istum primarium ad claudendam Portam Sanctam [...]“.
Una volta ultimato, il muro della Porta Santa diviene quindi elemento di separazione, a simboleggiare la barriera che l’uomo innalza tra sè e Dio col peccato, ma che può essere pur sempre abbattuta con speranza e perdono.
Nella struttura dell’Anno Santo acquistò quindi una notevole rilevanza l’atto iniziale di apertura della cosiddetta Porta Santa e la sua chiusura alla fine dell’anno giubilare, ed è in tali solenni cerimonie che si inserisce la Fornace Giorgi di Ferentino. Si da il caso infatti che il muro a chiusura della porta fosse di mattoni (attualmente è una paratia prefabbricata) e che, davanti allo stupore dei selezionatissimi presenti, un gruppo di messi pontifici demolisse (e alla chiusura del Giubileo ricostruisse) il muro davanti a tutti i pellegrini.
Era allora consuetudine per le abbazie partecipare, assieme alle cattedrali e chiese più insigni del mondo, alla costruzione del muro di chiusura della Porta Santa della Basilica Vaticana. Tutti realizzavano i propri mattoni, decorati, scolpiti, smaltati, in argilla, marmo, bronzo, come in una gara, e le Fornaci Giorgi ascoltavano le richieste di alcune abbazie laziali, come quelle di Montecassino e Fossanova, e delle committenze per la nobiltà romana, indistricabilmente legata ad alti prelati, cardinali e papi. I mattoni venivano restituiti al giubileo successivo: a Montecassino ad esempio si conservano – dopo la la distruzione per i bombardamenti del 1944 – i due mattoni datati 1925 e 1950, gli altri sono purtroppo andati perduti (2).

A favore di tutti coloro che non potevano viaggiare fino a Roma, dal 1750 vennero fissate numerose chiese oggetto di visita al fine di lucrare l’indulgenza: “Le Chiese, che vogliamo destinate in ogni Terra della nostra Diocesi: una sia onninamente la Madrice, tre altre diamo la facoltà agli Rettori, Arcipreti, e Parochi di poterle destinare, avendo però rimira sempre al commodo pubblico con riflettere, che un giorno devono visitarsi tutte quattro, ed essendo troppo incomodo non potrà adempirsi. In quelli luoghi dove è più di un Arciprete, o Parocho, la destinazione si faccia dal soggetto, che ottiene la Chiesa più degna per evitar le gare. [...] In quelle Terre, dove non vi fussero quattro Chiese, ma ve ne mancasse qualche una potrà in supplemento destinarsi un Altare dentro la medesima Chiesa Madrice, con questa condizione però, che la visita non si faccia tutta in un tempo alla Chiesa, ed all’Altare, ma si faccia prima alla Chiesa, indi vadi a visitare le altre; poi si ritorni a visitar l’Altare destinato loco Ecclesiae.“
Non paghi allora della visita spirituale e delle grandi cerimonie a Roma, alcuni membri della famiglia Giorgi ricordano la visita all’Abbazia di Montecassino nel maggio 1751: “[...] vi è stato un grandissimo concorso di gente e processioni, le quali son andate a visitare le quattro chiese destinate di Monte Casino, la collegiata di S. Germano, la Nunziata e li Cappuccini. Le processioni sono state numerose, quali veramente sono comparse assai divote, tra le quali anno fatto maggior comparsa nel numero, nella proprietà e pulizia quelle dette del Riparo di S. Germano, di S. Elia e di S. Apollinare. L’ordine delle medesime era il precedere prima lo stendardo, sotto la di cui propria insegna seguivano li confratri colla croce avanti, poi li preti, appresso un’altra croce portata da giovine, cui seguiva popolo di uomini senza le vesti da confratre. Dopo di essi altra croce portata da zitella, cui seguiva la turba delle donne, precedendo prima le giovine coperte con tovaglia e sopra il capo corona di spine, e poi venivano le maritate; in mezzo di esse da tratto in tratto un prete, e all’ultimo altro uomini, tutti cantando sempre le letanie della Beata Vergine, ma quelle di S. Germano ci cantavano anche alcune canzoni spirituali.“
(1) La porta Santa della basilica di San Pietro possiede due battenti di bronzo per la chiusura notturna. Eseguita per il Giubileo del 1950 dallo scultore senese Vito Consorti, dono della diocesi svizzera di Basilea, contiene sedici pannelli con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. L’ultimo pannello raffigura invece Pio XII nell’atto di battere la porta col martello rituale.
(2) Le Antiche Fornaci Giorgi possiedono tuttavia qualche piccolo reperto e prototipo.

Richieste dalla Spagna.
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1939: Sotto il pavimento della Basilica.
La tradizione secolare della Chiesa attesta che Pietro, discepolo eletto da Cristo ad essere suo successore in terra, venne a Roma – capitale dell’Impero – a predicare la Buona Novella. Qui morì martire durante la persecuzione anticristiana scatenata da Nerone dopo l’incendio della città, nel luglio del 64 (1): fu crocifisso a testa in giù nel circo di Nerone in Vaticano, sepolto presso il luogo del martirio, e su quella tomba venne più tardi eretta per volontà di Costantino la Basilica in onore del Martire.
Ultimata la costruzione, la tomba di Pietro cominciò ad essere un affascinante mistero. Mentre i fedeli, sicuri che quella tomba e le reliquie esistessero sotto l’altare della Confessione, accorrevano da ogni dove, cominciarono contestazioni da parte di avversari della Chiesa. I pontefici che via via si succedevano avrebbero potuto mettere in chiaro le cose ordinando un’indagine nei sotterranei, ma non osavano. C’era il pericolo di risposta ambigua o addirittura negativa, ed in più si era diffusa la notizia di certi soprannaturali castighi inflitti a coloro che avevano osato aprirsi un varco in quei cunicoli.
E’ stato necessario aspettare fino al 1939 perchè il velo finalmente si squarciasse.
In quell’anno era morto Pio XI e gli era succeduto Pio XII. Il defunto pontefice aveva espresso il desiderio di essere sepolto nelle Grotte Vaticane, presso la tomba del Principe degli Apostoli. I lavori intrapresi però misero in luce resti di edifici sottostanti, e Pio XII, amante di Roma e della sua storia, non perse l’occasione per osare ciò che i suoi predecessori non avevano osato: aprire alla scienza i sotterranei di San Pietro e svelare il secolare mistero.
La prima disposizione fu abbassare il pavimento delle Grotte: emerse una vasta necropoli pagana, con incipienti elementi di cristianità, interrata quando ancora in uso. L’interramento a quei tempi era un atto gravissimo, che non poteva esser compiuto se non per una precisa volontà dell’imperatore. Come ad esempio per l’esistenza di un qualcosa di importante: e cosa se non l’Apostolo Pietro sepolto?
Sotto l’altare, dove si pensava esser la tomba, si trovarono una serie di monumenti sovrapposti: l’altare fondato da Clemente VIII (1594), l’altare di Callisto II (1123), l’altare di Gregorio Magno (590-604, che restò incluso nell’altare di Callisto), il monumento costantiniano in onore di Pietro (321-326, costruito ancor prima della basilica), e dentro il monumento costantiniano un’edicola funeraria (fine del II secolo).

Addossata ad un muro intonacato rosso (il famoso “muro rosso“, anch’esso compreso nel monumento costantiniano) l’edicola consiste in un sistema di nicchie preceduto da una mensa, sorretta da due colonnine marmoree. Nel pavimento dell’edicola si apre un chiusino, indizio di una sottostante tomba interrata.
A destra dell’edicola si trova, anch’esso addossato al “muro rosso” e anch’esso incluso nel monumento costantiniano, un piccolo muro che gli autori degli scavi chiamarono convenzionalmente “muro g“: residuo di un piccolo edificio e arricchito al suo interno da una serie di graffiti cristiani, che attestano con la loro stessa densità la devozione dei fedeli. In questo muro fu ricavato un vano rivestito di lastrine marmoree.
Gli scavi furono conclusi nel 1949, ma soltanto alla fine del 1951 ne uscì relazione ufficiale. Cadeva nel frattempo l’anno Giubilare 1950, e Pio XII approfittò del radiomessaggio natalizio ch’egli rivolse Urbi et Orbi per dare un primo annuncio circa i risultati di quegli scavi: “[...] Ma la questione essenziale è la seguente: è stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo Sì. La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata. Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? Al margine del sepolcro furono trovati resti di ossa umane; dei quali però non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’Apostolo. Ciò lascia tuttavia intatta la realtà storica della tomba. La gigantesca cupola si inarca esattamente sul sepolcro del primo Vescovo di Roma, del primo Papa, sepolcro in origine umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli posteriori con meravigliosa successione di opere eresse il massimo tempio della Cristianità“.
Particolarmente apprezzabile fu la prudenza dimostrata dal Pontefice nell’accennare al gruppo di ossa umane giacenti al margine del sepolcro di Pietro, dichiarando però non esser certo che appartenessero all’Apostolo. In realtà, come poi fu dimostrato, non gli appartenevano affatto.
Gli scavi avevano dunque rivelato il monumento costantiniano come un ricettacolo di cose oltremodo importanti. Ma qui s’impone la grande domanda: che cosa fu trovato sotto il chiusino dell’edicola, là dove secondo ogni verosimiglianza doveva essere la tomba di Pietro? La risposta è sconcertante: nulla. La terra sotto il chiusino era sconvolta e delle attese vestigia non compariva la minima traccia.
Dov’erano andate a finire le preziose reliquie dell’Apostolo?
La situazione si smosse qualche mese dopo l’uscita della realazione ufficiale (1952), quando Padre Antonio Ferrua, uno degli autori degli scavi, pubblicò un disegno ricostruttivo della prima memoria eretta in onore di Pietro. Vi si vedeva la mensa sostenuta da due colonnine e nel pavimento l’accenno alla sottostante tomba primitiva dell’Apostolo.
Ma vicino alla colonnina di destra v’era una grossa novità: sul muro era segnata un’epigrafe greca disposta su due righe parallele, recitante πετρ ενι .
Poichè la didascalia recitava “Idea dell’edicola eretta” molti studiosi credettero che l’epigrafe fosse stata aggiunta a scopo dimostrativo, per arricchire l’immagine.
Margherita Guarducci invece, pensò di leggervi un “è dentro“, e volle vedere l’iscrizione dal vero. Consegnò di persona una lettera per il Papa a monsignor Giovanni Battista Montini, e la sua richiesta venne accolta di buon grado. Guidata dall’ingegner Francesco Vacchini, direttore dell’Ufficio tecnico della Fabbrica di San Pietro, ansiosa di vedere quel nome e quel verbo che aveva creduto di riconoscere, trovò invece un largo squarcio nell’intonaco, dove il graffio avrebbe potuto esser stato.
Il frammento venne ritrovato grazie a Padre Ferrua (che solo nel 1969 dichiarò di averlo raccolto nel vano marmoreo).
Analizzandolo, la Guarducci notò che la prima riga ( πετρ[ος] ) declinava verso il basso, impedendo la prosecuzione della seconda e rendendo perciò necessaria l’abbreviazione di ενε στι ενι in ενι. “Pietro è dentro” fu un’interpretazione molto eloquente sul luogo nel quale giacevano le relique dell’apostolo.
La Guarducci inoltre, entrata nel mausoleo della famiglia dei Valerii – poco distante nei sotterranei, trovò un’epigrafe di invocazione a Pietro come intercessore dei Cristiani “sepolti presso il suo corpo“: questo confermava un’usanza remota, e poneva interrogativi sulla necessità di interpretare tutti i graffiti presenti attorno alla tomba.
Nel 1953 ordinò allora la sistemazione dell’intonaco con iniezioni di cemento liquido e farina fossile, e cominciò a decifrare la difficile parete del “muro g“, contenente molti nomi di persona.
Fu presto chiaro che le iscrizioni non si riferivano a pii fedeli visitatori del luogo, ma a nomi di defunti per i quali i visitatori, servendosi della mano di un addetto al luogo, invocavano gioie per il mondo ultraterreno. Quell’apparente groviglio di segni obbediva, in realtà, ad una crittografia mistica che metteva a profitto le lettere dei nomi e si valeva di segni di congiunzione di lettere ad altre, per ovviare a problemi di spazio, e di trasformazioni di lettere in simbologie sacre.
Sinteticamente, sul “muro g” il nome di Pietro viene espresso dalle prime due lettere PE, associate all’immagine della chiave; la sigla PE è sovente unita al monogramma di Cristo (intreccio delle lettere greche XP); a volte si accompagna al nome di Maria, espresso da M o MA (in un solo caso MARIA per intero). La caratteristica più curiosa è che, trasfigurando e congiungendo le lettere, risultano a volte concetti come Trinità Divina, Cristo seconda persona della Trinità, Cristo figlio di Dio, Cristo principio e fine, Cristo Vita, Cristo Luce, Cristo Risurrezione, Cristo Salute, Pace, Vittoria.

Nel settembre 1953, in una pausa nel lavoro di osservazione dei graffiti, la Guarducci pensò bene di esplorare il piccolo vano del “muro g“, che trovava stranamente pulito.
Informandosi presso il capo dei sampietrini Giovanni Segoni risultò che durante i primi scavi, in un giro d’ispezione serale, monsignor Kaas (segretario ed economo della Fabbrica di San Pietro) notò uno strato di detriti nel vano del muro g, con ossa umane di colore chiaro che soprannominò “ossa bianche“. Per un sentimento di pietà, Kaas aveva ordinato di raccoglierle in una cassetta e di svuotare il vano. Nella relazione si scrisse infatti che il vano fu trovato “vuoto tranne piccoli residui di materia organica e di ossa frammisti a terra, due matassine di fili d’argento, una moneta dei visconti di Limoges ed una fascetta di piombo“.
Colto l’errore fatto anni addietro, lo stesso Segoni si occupò di frugare tra le varie cassette di legno, riposte davanti alla Cappella di San Colombano, in umidi locali sotterranei.
Esaminato il contenuto, furono ritrovati una lastrina marmorea, resti ossei incrostati di terra con frammenti di laterizi, malta ed intonaco rosso, minuscoli pezzetti di stoffa rossastra, con fili d’oro evidentemente pertinenti a quella stoffa. Era forse preziosa porpora? Tra le ossa anche un frammento estraneo, un osso di animale forse? Ma che ci faceva lì una moneta medievale?
Fu interpellato il professor Venerando Correnti, eminente antropologo, che potè però occuparsi delle ossa solo nel 1962, quasi dieci anni dopo!
Era il momento del verdetto.
Riferì che i reperti, tutti appartenuti ad un solo individuo di sesso maschile, età matura e costituzione robusta, erano stati prelevati da una tomba ad inumazione scavata in terreno agricolo, nel quale si trovavano già ossa di animali. Quanto alla moneta medievale, ipotizzò che fosse stata gettata dall’alto da pellegrini, e penetrata col tempo nel loculo attraverso le visibilissime fessure dei muri.

La scoperta era sensazionale. Si procedette ad altri esami: risultò che la terra incrostata alle ossa era sabbia marnosa, identica alla terra su cui è edificata la Basilica di San Pietro, mentre nelle altre zone del Vaticano si trovano solo argille azzurre e sabbie gialle; che i frammenti di stoffa risultarono esser tinti con autentica porpora di murice (e non della più vile cocciniglia) ed intessuti con fili d’oro, quindi appartenenti ad un drappo prezioso. Le tracce rossastre rimaste sulle ossa dimostravano che esse (e non tutto il corpo) erano state avvolte in questo drappo.
La conferma rigorosa e scientifica della secolare tradizione era un evento clamoroso.
Il 26 giugno 1968, Paolo VI, durante l’udienza pubblica del mercoledì, annunciò che le reliquie di San Pietro erano state ritrovate. Il giorno seguente, con solenne cerimonia, le superstiti reliquie furono deposte, con rogito notarile della Fabbrica, nel vano marmoreo del “muro g“.
Oggi possiamo dunque concludere che la tradizione secolare della Chiesa è fondata non metaforicamente, ma realmente, sui resti mortali dell’Apostolo.
Ed è davanti a questa impressionante constatazione che s’impone alla nostra mente il ricordo delle famose parole di Cristo: “Tu sei Kefa (in aramaico, pietra) e su questa pietra fonderò la mia Chiesa” (Mt 16,18).
(1) Da ricerche si è stabilito che la data esatta del martirio fu il 13 ottobre del 64, e che la basilica cominciò ad essere costruita nel 321.
(2) Le Fornaci Giorgi rientrano in questo racconto nell’integrazione e ripristino delle strutture sotterranee.
Tutte le mura di corridoio, le colonne e le arcate, sono realizzate in mattoni pieni. Le precarie condizioni statiche di alcune zone hanno richiesto l’inserimento (demolizioni e ricostruzioni di mura fessurate o spanciate, rincalzi di pezzi mancanti, nuove mura di sostegno, contrafforti alle colonne esistenti) in un contesto preesistente e delicatissimo, di un mattone che risultasse invisibile, confondendosi con gli altri e con il resto di una struttura dal valore storico – archeologico incalcolabile.
Le Antiche Fornaci Giorgi, mantenendo vive tradizioni artigiane già ben assodate in epoca romana, producono ancora oggi mattoni fatti a mano con le stesse metodologie, le stesse caratteristiche e la stessa cura di quei tempi.
Si sottolinea anche che quei mattoni hanno resistito attraverso i secoli, e sostengono ancora l’imponente Basilica dalle fondamenta.

Un Commento al post “Storia”

scusatemi per il disturbo ma ho un favore da chiedervi
ho trovato nel mio giardino un antico mattone datato 1825 e questo seguente acronimo R.S.F.P
il mattone è rotto a metà e l’altra parte non l’ho rinvenuta ma neanche cercata
si vedono poi 2 chiavi, spezzate per la mancanza del pezzo superiore
in una trasmissione di piero angela dove parlava del vaticano mostravano un mattone assai simile
al mio dicendo che era prodotto da fornaci che lavoraravano per lo stato vaticano
ora mi intaresserebbe conoscerne la provenienza ,se siete interessati potrei mandarvi una foto e da questa potreste vedere se era un mattone prodotto dalla vostra antica fornace
il luogo del ritrovamento è via tuscolana altezza porta furba
molte grazie Francesca santoro